Trump vs Social Network: censura?

Come è ormai noto, dai fatti di Capitol Hill del 6 Gennaio Twitter e Facebook hanno  bloccato e limitato i profili social del presidente uscente Donald Trump. Quasi contemporaneamente, Apple e Google hanno bloccato il download dell’ app di Parler dai rispettivi store digitali. Le polemiche sono state molte, quasi tutte a sfondo complottista. Ma come stanno (o dovrebbero stare) realmente le cose?

I Social non sono semplici portali

Prima di tutto, quando si parla di Social Network non ci si riferisce a semplici portali. Non si tratta di siti di news, con la pagina della community, la chat e il forum, tutti rigorosamente moderati. Il Social Network è una rete di profili digitali individuali, che rispecchiano le persone che li posseggono. Anzi, a volte si è più aperti su un Social che non nella vita reale.

Un portale web inoltre, ha una pagina di notizie con fonti attendibili e forum di discussione relativi ai medesimi argomenti. Sui Social si possono condividere notizie da qualsiasi fonte e fino a pochi mesi fa, non c’è mai stato un vero e proprio fact-checking (come avviene nei portali) per accertare le relative attendibilità. Quindi il Social Network è tecnicamente più esposto a disinformazione, disinformatori e sobillatori del popolo.

La violenza nei Social è una triste realtà

Fatte le dovute introduzioni, passiamo al punto più triste di tutta la faccenda: il mondo è pieno di violenza, quindi i Social sono pieni di violenza. Non voglio assolutamente dire che i Social sono violenti, ma semplicemente che al loro interno purtroppo è pieno di persone violente.

Ignoranza, interazioni e numeri alti: i punti forti delle fake news

Il più delle volte il problema è l’ignoranza. Molte persone, complici anche anni di tweet, sms e video brevi, non hanno più l’abitudine di leggere e approfondire i temi che si affrontano nelle notizie condivise. Per la maggior parte delle persone basta il titolo per prendere per buona una notizia. Figuriamoci se viene chiesto loro di approfondire, cercare nuove fonti e confrontarle tra loro.

A tutto ciò si aggiunge il problema delle condivisioni compulsive. Milioni di persone disinformate che condividono in continuazione le stesse notizie fasulle, creano traffico nei siti e nelle pagine annesse, portando gli algoritmi di Facebook e Twitter a evidenziarle e metterle in primo piano. Infatti, fino a poco tempo fa, gli algoritmi dei Social Network mettevano in evidenza i post più “caldi”, ovvero quelli con più interazioni (condivisioni, commenti e reazioni). Ma avere tante interazioni non è sinonimo di credibilità. Una pagina sulla Terra piatta può avere anche un milione di iscritti e 10 milioni di interazioni, ma la Terra non è piatta ed è un dato di fatto. Ma fino a qualche tempo fa non c’era un vero e proprio controllo e quindi notizie improbabili trovavano milioni di interazioni, e molta gente confondeva tutto ciò con l’attendibilità, dando credibilità a una serie di notizie senza fondamento, accrescendo così le peggiori teorie complottiste.

I profili falsi

Per sfruttare questa falla tecnica quindi, molte società si avvalevano (e si avvalgono tuttora) di profili falsi. Profili creati ad hoc per effettuare l’iscrizione alle proprie pagine e generare traffico di interazioni tra i propri post. Come se non bastasse, alcune di queste società compravano profili da utenti inattivi, offrendo loro cifre diverse a seconda del numero di follower e amici. Così pagine che normalmente avrebbero avuto poche migliaia di iscritti, si ritrovavano di colpo ad avere milioni di follower e interazioni, con profili che condividevano in continuazione le loro notizie.

I sobillatori

Ora passiamo al nocciolo della questione. Quando hai un profilo pubblico (o una pagina) con milioni di followers che condividono e commentano in continuazione i tuoi post, indipendentemente dall’ attendibilità delle fonti, hai una grandissima responsabilità su ogni sillaba che pronunci. Milioni di persone pendono dalle tue labbra e ogni tua frase rischia di diventare un ordine di servizio.

In un momento storico così delicato, in cui teorie complottiste di estrema destra stanno prendendo il sopravvento e i populismi stanno tornando di moda, incitare i propri elettori all’ insurrezione equivale a un tentativo di colpo di stato. Anche se subito dopo (quando ti rendi conto di aver fallito) condanni la violenza.

Le contromisure

Da ormai qualche mese (e ne ho parlato anche in questo blog) i Social Netowrk sono corsi ai ripari. Fact-Checking, invito agli utenti a leggere l’articolo per intero, segnalazione di probabili fonti non attendibili, sono solo alcune delle misure messe in campo dai maggiori Social Network per prevedere disordini sociali. In più, da sempre, tutti i Social hanno un regolamento preciso, che condanna (pena il ban) ogni post che istighi a qualsiasi forma di violenza. Al momento dell’iscrizione, l’utente accetta questa regola ed è a conoscenza dell’eventuale conseguenza delle sue azioni online. E visto che siamo tutti uguali, il presidente degli Stati Uniti non è esente dal regolamento.

Donald Trump ha condotto la sua presidenza e la campagna elettorale basandosi quasi esclusivamente su Twitter e Facebook. Nel corso degli anni i due Social sono stati costretti più volte a bloccare alcuni suoi post, per via della diffusione di fake news pericolose. La sospensione dei suoi profili non è che la conseguenza di un comportamento recidivo da parte del Tycoon. Per questo è profondamente errato parlare di censura. C’è un regolamento chiaro, che anche Trump ha sottoscritto al momento della sua iscrizione ai Social. Avendolo violato ripetutamente, Jack Dorsey e Mark Zuckerberg hanno semplicemente applicato il regolamento. Il ban era inevitabile.

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