Gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati da un progresso tecnologico che, fino a prima, era inimmaginabile. Se potessimo viaggiare nel tempo, prendessimo un individuo dal IX secolo e lo portassimo nel X secolo, costui non faticherebbe ad adattarsi. Ma se prendessimo una persona dagli anni ’60 del XX secolo e la portassimo direttamente ai giorni nostri, ne uscirebbe pazza. Questo perché l’avanzamento tecnologico è stato tale da portare in pochi anni nelle nostre vite quotidiane, ciò che un tempo era considerato fantascienza. Basti pensare a internet. La tecnologia più utilizzata al mondo. 

Grazie a internet, le nostre azioni quotidiane oggi sono molto più semplici. Strumenti come il Fintech, che consente di gestire i propri risparmi online, i pagamenti elettronici, la possibilità di acquistare o noleggiare qualsiasi cosa tramite app, gli assistenti vocali e la domotica, le auto a guida autonoma, i traduttori universali  e istantanei e tante altre cose hanno trasformato le nostre giornate in tante puntate di Star Trek. L’automazione ha reso il lavoro manuale sempre meno indispensabile e ha posto l’essere umano sempre più al centro delle proprie attenzioni. Ma non tutti la pensano così. Per molti, l’avanzamento tecnologico è una minaccia. 

Lo smart working: uno strumento moderno ed necessario

Un esempio su tutti: lo smart-working (in Italia). Grazie a internet, oggi è possibile lavorare da casa. Se il lavoro che abbiamo scelto non implica il contatto diretto con il pubblico (come ad esempio il barman, o il portiere d’albergo), la gestione può essere effettuata da remoto senza problemi. Per qualsiasi esigenza si può emulare un ufficio anche in uno studio casalingo. Se serve avere un colloquio, ci sono decine di strumenti che possono sostituire la riunione in presenza. Strumenti come Skype, Zoom, Messenger, o qualsiasi altra applicazione per le videochiamate (che poi vengono utilizzate anche per le chiamate casalinghe). In alternativa, per l’assistenza al cliente, esistono anche le chat (che sono molto più veloci degli scambi di email).

In quest’ottica, sia gli uffici pubblici, che le aziende private possono adottare una politica di smart-working permanente. I privati in teoria possono già fondare aziende senza una sede fisica. Per quanto riguarda il pubblico: con l’assistenza remota, la fornitura di documenti in pdf tramite PEC (email certificate), la firma elettronica e lo Spid per accedere da casa a tutti questi servizi, la figura dell’impiegato pubblico si trasforma e non è più richiesta (almeno non sempre) la presenza in loco. Tutto ciò si traduce non solo in un grande vantaggio in termini di tempi di attesa (praticamente azzerati), ma anche in un notevole risparmio sui costi da parte delle amministrazioni locali. Avere (ad esempio) il 70% di impiegati a casa, rappresenterebbe un enorme risparmio in termini di affitto dei locali, bollette da pagare, mense da rifornire etc.

La mentalità tossica del controllo

Ma la mentalità di chi dirige, purtroppo, è quasi sempre la stessa. Se non hanno modo di controllare il lavoro dei propri dipendenti, se non possono mettere il fiato sul collo alle persone per farle lavorare “al meglio”, hanno paura. Le manie di controllo di pochi gettano le loro insicurezze e la loro lentezza mentale sul lavoro di tutti, creando ambienti tossici e improduttivi. E chi dovrebbe vigilare su questo, invece di applicare una politica di rinnovamento, parla di tornare a lavorare in presenza. E così non si va avanti.

Recenti studi hanno dimostrato come il lavoratore a cui venga data la possibilità di lavorare da casa, risulti più produttivo e soddisfatto. In più, c’è un maggiore bilanciamento vita-lavoro, sia per gli uomini che per le donne. Nonché un incremento del reddito (non dovendo più spendere soldi per mezzi pubblici, o carburante per le auto per spostarsi da casa a lavoro), come possiamo vedere da questo grafico riportato sul sito del Sole 24 Ore rielaborato dai dati pubblicati dalle economiste Marta Angelici e Paola Profeta sul sito La Voce

Dati sui benefici dello Smart-Working

Effetto Smart Working sulle famiglie

Tramite lo smart working si risolverebbe anche un grosso problema che affligge il nostro paese: quello demografico. Uno studio del 2011 su un campione di 50mila donne sotto i 45 anni di 23 paesi Europei delle sociologhe Katia Begall e Melinda Mills ha riportato il rapporto tra l’autonomia sul lavoro e la fertilità. Il risultato ha evidenziato come un alto livello di controllo sul lavoro influenza positivamente l’intenzione di avere figli. Le donne Europee non considerano più un’opzione praticabile quella di rimanere a casa negli anni più energici e produttivi della propria vita, dovendo badare ai figli. Lavorare da casa aiuterebbe le donne a gestire al meglio la gravidanza e la maternità, senza dover abbandonare il proprio lavoro per lunghi periodi.

Pensate a quello che vorrebbe dire per l’Italia. Niente più imbarazzanti colloqui con HR assimilabili a uomini di neanderthal che pongono la fatidica domanda: “Ma lei, così giovane, ha intenzione di sposarsi e avere figli?”, con il classico “foglio in bianco” (patetico, sessista e soprattutto illegale) da firmare (con le dimissioni scritte successivamente alla maternità dal datore di lavoro stesso). Con lo smart working non avrebbe più senso, dato che la lavoratrice potrebbe comunque dedicarsi al proprio lavoro (anche se con orari ridotti) da casa, senza perdere produttività.

Smart Working e crescita demografica

Ciò detto, ne consegue che una maggiore attenzione allo smart working porterebbe le famiglie ad avere maggiore indipendenza economica, minor numero di pensieri e più attitudine (per chi lo desiedera) a procreare. 

Più donne al lavoro significano una maggiore crescita del paese e più bambini che nascono, perché quando le donne lavorano scelgono con serenità di diventare madri

Paola Profeta 

Un elemento che ha bloccato, negli anni, l’intenzione di mettere al mondo dei bambini è stato (oltre ai problemi economici della famiglia), la necessità di avere entrambi i genitori a lavoro, con conseguente crescita “in solitaria” del bambino. Dover affidare i propri figli sempre a nidi, baby-sitter o domestici, comporta costi e inoltre la scarsa presenza genitoriale può portare i figli ad avere disturbi psicologici nell’età adolescenziale. Lo smart working curerebbe questi problemi con un solo colpo. Genitori a casa vuol dire niente baby-sitter, con conseguente risparmio sui costi e soprattutto presenza genitoriale per aiutare i figli nei loro momenti più difficili della crescita.

Smart Working e sostenibilità

In ultimo, ma non meno importante, abbiamo il problema dell’inquinamento. Con lo smart working si riduce l’impatto ambientale. Chi può lavorare da casa, non è costretto ogni giorno a prendere l’auto o i mezzi pubblici per recarsi a lavoro. Questo si traduce in meno traffico per strada, quindi meno inquinamento. Inoltre, strade più sgombere da auto, significa anche strade più sicure. Più spazio per biciclette e monopattini, nonché per tram e mezzi meno inquinanti. Marciapiedi più larghi (non dovendoci più preoccupare delle automobili) e, decisamente, aria più pulita.

Se non ora, quando?

Quindi, i tempi sono maturi. Ormai non ci sono più scuse. Lo smart working si è rivelato un potente strumento per le aziende, sia da un punto di vista produttivo, sia economico. Inoltre fa bene alle famiglie e all’ambiente. Il lavoro agile, se ben strutturato, può portare solo benefici. Una corretta politica di applicazione consentirebbe al nostro paese di fare quel balzo in avanti che attendiamo da anni. Se non ora, quando?

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